
Niente di personale
Se in capo a due anni una soubrette smette i lustrini dell’abito da ballo per diventare Ministro, evidentemente qualcosa non va.
Alla notizia ci si stupisce, ci si scandalizza, ci si irrita.
Invece di lasciare che gli stati d’animo svaporino in noncuranza o si incancreniscano in una rassegnata acidità, si può cercare di dar loro forma e ordine in una struttura argomentata.
Questo è ciò che si propone il seguente scritto, il quale svolge una serie di considerazioni sull’investitura ministeriale di Mara Carfagna e sul suo significato nell’Italia di oggi, sul suo perché e sulle condizioni collettive che l’hanno resa possibile, sul messaggio che rischia di trasmettere. Il pensiero di fondo del lavoro è la convinzione che l’evento Mara Carfagna non sia un episodio isolato e casuale ma vada compreso nell’ambito di un orientamento politico e di un clima sociale e culturale ormai diffuso e pervasivo. Per questa ragione la riflessione si estende a comprendere gli interrogativi sul senso della politica, sul ruolo delle donne, sull’importanza dell’esempio, della forma e del corpo nella democrazia in generale e nell’Italia televisiva e «outlettizzata» di questi anni in particolare.
Non si sono voluti creare fantasmi né eroine. Né ipocrite cacce alle streghe né moralistiche barricate. Senza chiamare in causa gli scrupoli morali (che pur giocano un ruolo), le insinuazioni maldicenti avrebbero contribuito a fare della Mara nazionale una martire, un’incompresa, una vittima del comunismo brutto e cattivo (secondo l’equazione ormai imperante per cui chi dissente anche solo un poco da chi al momento ci governa è per forza comunista, quindi brutto e cattivo, mangiatore di bambini e di devoti). L’intento è stato piuttosto quello di voler comprendere, provocare, suscitare consapevolezza.
Il testo è un atto d’accusa contro il culto esasperato dell’immagine che riduce la politica a uno spot perenne e inaffidabile, la vita sociale a un palcoscenico di manichini ritoccati al photo shop, la cultura a una sfilata di scolaretti litigiosi e indottrinati. E in questo carosello di chiacchiere e vanità Mara Carfagna ha il ruolo di un pretesto, anzi di più, di un simbolo: simbolo vincente di una politica ormai omologata alla società dello spettacolo.
La tradizione cui ci si è ispirati è quella del pamphlet: un libello breve e polemico, spesso veicolo di dibattiti e controversie, tarli letterari in libertà. Il genere della critica irriverente accompagna tutta quanta la storia politica e sociale della cultura. E anche in questa occasione lo scrivere si propone come un atto di protesta e di denuncia. Protesta contro quel gusto del sensazionalismo imperante che impone di apparire e mettersi in mostra. Contro quella prassi smaliziata e furbesca che svende le donne, peggio se consenzienti, alla promessa di un potere effimero e seducente. Un modo per denunciare la strumentalizzazione politica dell’immagine televisiva di femminilità.
Questo saggio si propone di portare ai lettori pensieri e riflessioni. Non ha l’intento di creare un altro personaggio, un corifeo, un simbolo antisistema. Per questo, in questa esperienza, voglio essere nulla di meno e nulla di più di una giovane donna tra le tante che lavorano senza clamore per realizzare i loro piccoli o grandi sogni, una donna che tenta con sobrietà e ironia di dare voce al disagio, all’irritato stupore, all’insofferenza di tante altre donne.
Quello che avevo da dire l’ho detto nelle pagine che ho scritto. Ora non deve essere importante chi sono, a che piano abito, se ho le lentiggini o i brufoli, quanti gatti possiedo e che musica ascolto, che marca di mutande indosso, quali sono i miei modelli e le mie aspirazioni, che fumetti leggevo nell’infanzia e come mi immagino il principe azzurro.
Ora sono le parole che devono fare il loro corso. E le parole, quando sono necessarie, parlano da sé.
Costanza Alpina