
«Quello che contesto non è tanto avviare Mara Carfagna a una brillante carriera politica, ma è il fare diventare Ministro una soubrette»
[...] Ecco, è lei. È fatta. 8 Maggio 2008, poco dopo le 17. Mara Carfagna è diventata Ministro della Repubblica Italiana.
Ripeto a scanso di equivoci: Mara Carfagna è diventata Ministro della Repubblica Italiana.
Una data storica.
Cazzo.
Una data in cui gettare un altro coccio nel vaso che raccoglie ciò che rimane di quel che un tempo si chiamava decoro.
L’altro famoso vaso della storia mitologica, il vaso di Pandora, conteneva l’ultimo bene rimasto all’uomo, la virtù della speranza. Ora che Mara Carfagna è diventata Ministro la speranza di vivere in un paese serio non può più nemmeno farci compagnia. Non che servisse proprio questo episodio, intendiamoci. Eravamo già abbastanza messi male anche prima. Però tutto fa, tutto contribuisce a dare la misura del paese in cui viviamo. Perché Mara Carfagna non è solo Mara Carfagna. Una bella salernitana dalla pelle abbronzata e l’ampio décolleté. È un simbolo.
Sì, un simbolo. Deve essere proprio il suo momento.
Eleggo Mara Carfagna a simbolo dell’Italia dell’anno 2008. [...]
[...] Del corpo in Italia viene certo fatto un culto ma fine se stesso, non perché è il corpo del potere ma perché è il corpo di un potente. Non per il valore anche evocativo e simbolico che incarna ma per rendere il potere più trendy, più conforme ai gusti collettivi, più alla moda. Approfittando anche del fatto che si sa, da che mondo è mondo, il potere in se stesso rende più affascinanti, più desiderabili e visibili, più fichi. Siamo inondati di corpi levigati e strabordanti, i politici si prestano volentieri al siparietto dello show business e alla curiosità morbosa che ne deriva (salvo poi appellarsi al diritto alla privacy quando la circostanza stride con la dignità della carica pubblica), il corpo è vantato come un trofeo. E allora via ai lifting in gran segreto, le lampade effetto tropico, i trapianti di capelli (non importa se nel mezzo di una delicata situazione internazionale), i seni gonfiati e le labbra a canotto.
Si era partiti dal curare il corpo per trasmettere l’immagine di un’autorità sana e rassicurante. Si arriva a non accorgersi che proprio tutta quest’ossessione per la fisicità individuale depotenzia l’unicità del valore politico della carica, la fa diventare un manichino come migliaia di altri, o peggio una macchietta, interscambiabile con un divetto della TV o una starletta da réclame pubblicitaria. Il corpo politico è violato nel suo primato rappresentativo, e con esso risultano disperse anche la stima e la deferenza che dovrebbero condizionare l’agire e il sentire del cittadino nei confronti di uno Stato giusto, di un uomo di Stato rispettabile.
Siamo alle solite: di nuovo è solo l’immagine che conta. [...]
[...] Un momento però. Per amor di par condicio non ci si può esimere dal citare un altro caso clamoroso che completa il trittico dell’indecenza. Sarà anche vero che Berlusconi è maestro nelle strategie di comunicazione e spettacolarizzazione della politica, ma in Italia ci ritroviamo una sinistra così a corto di idee e di autonoma forza di trascinamento che la cosa che negli ultimi anni le riesce meglio è rincorrere l’avversario scimmiottandone la strategia e le trovate. Con conseguenti (e meritati) pessimi risultati elettorali. Perché infatti, cosa propose Rifondazione Comunista alle elezioni del 2006? Di far accomodare in Parlamento un transessuale dichiarato e dal nome programmatico e provocante, Vladimir Luxuria. Si voleva rompere un tabù? Si voleva che se ne parlasse? Si voleva fare del corpo l’oggetto realissimo del dibattito politico? Ebbene, ci si è riusciti, ma con scarsi o addirittura controproducenti effetti sulla sensibilità politica degli elettori e sul tessuto civile della società.
E non perché il soggetto in causa fosse transessuale: anzi, nelle dichiarazioni e negli atteggiamenti era ben meno scomposto di altri colleghi machissimi o di colleghe dalle fluenti chiome.
Nemmeno perché di tutta la sua attività parlamentare di quei due anni l’unica cosa che rimane, non agli atti ma alle cronache, è una disputa sui servizi igienici separati per genere sessuale nei palazzi del potere. Gli idealisti potrebbero pur sempre dire che le grandi battaglie iniziano dai piccoli gesti. E vabbè.
Ma quello che è inscusabile e irrimediabilmente sguaiato è che la nostra Luxuria non aveva ancora fatto in tempo a lasciare lo scranno parlamentare che già si era precipitata su un’isola di ex o pseudo famosi per azzannare mele e sottoporsi a dure prove di sopravvivenza (... mediatica, ovviamente). [...] Non c’è che dire. Altro che politica dei deboli. È il carnevale della politica dei furbi. Proprio un bel modo di portare avanti la causa delle minoranze emarginate. Di onorare la memoria d’essere stato servitore dello Stato e rappresentante del popolo. Una bella testimonianza di politica disinteressata e altruista. Con buona pace delle tante persone che quei problemi di inserimento e socializzazione derivanti da una sessualità ambigua o incerta li vivono quotidianamente sulla loro pelle, e senza indennità parlamentari. [...]